“Che te ridi?”

“Ridere fa bene alla salute!” o “Il riso abbonda sulla bocca degli stolti!”?

Ridere per ilarità, espressione incontrollabile di una gioia momentanea originata nel sistema limbico e bisognosa di fuoriuscire esalando tramite il canale orale. Sogghignare sotto i baffi, immaginateli come quelli alla Stalin, in segno di vittoria e annientamento del fronte nemico. Risata di imbarazzo, sghignazzamento di derisione verso l’altro con l’unico scopo di porsi nel gradino instabile ma pur sempre di maggiore altezza rispetto a chi viene osservato dalla scrima generata dai capelli sulla nuca. Risata di gelosia, di possesso, di impulso incoercibile alle passioni carnali e alla natura egoista umana celata sotto il velo superfluo di generosità edificato tramite: Nazioni Unite, ONU, ONLUS e associazioni similari. Riso nel lutto, riso di frenesia, riso di instabilità mentale, riso da paziente psichiatrico o riso ossimorico nel pianto.

Il neuroscienziato Robert Provine sostiene che: “La risata è una vocalizzazione primitiva ed inconscia”, essa non è un’invenzione culturale, una sovrastruttura societaria ma comportamento programmato geneticamente e naturale evoluzione biologica di specie. Basti pensare ai neonati i quali ridono ancor prima di iniziare a parlare. Con l’avanzare dell’età da circa 300 risate al giorno gli adulti riducono l’ilarità a 20 giornaliere, meccanismo destinato a decadere forse a causa della consapevolezza dell’umana precarietà e della serietà attorno a ciascun concetto.

Da qui la tesi formulata dalla sottoscritta nonché, come mia consuetudine acquisita, alquanto leopardiana: il riso tange il suo punto di massimo all’alba della vita, quando la prospettiva di durata è inconsapevole e quasi eterna. In seguito man mano i calendari vengono sfogliati, spiccati dal chiodo e sostituiti. Proprio durante questi gesti meccanici l’individuo assume la coscienza della precarietà e ignota durata della sua umana natura dando come conseguenza un rapporto di inversa proporzionalità tra concentrazione giornaliera di risate e periodi di rimuginio dedicato alle oppressioni della quotidianità. All’avvicinarsi del punto terminale l’individuo ha due alternative: piangere e ribellarsi con ira nei confronti della sua precarietà o deridere la vita sorridendole in segno non di superficialità piuttosto di accettazione arrendevole e immutabile.

Il riso non di rado è associato a chi eccede, a colui che non sa contenere i propri stimoli mentali mediante l’ausilio del ruolo moderatore affidato alla corteccia cerebrale, ogni emozione sfugge dall’ ippocampo e dalla gemella amigdala direttori d’orchestra dell’emotività.

Interessante è inoltre valutare il ruolo ormonale delle endorfine: esse appaiono come necessità cerebrale nell’alleviare la tensione derivante da impegni e preoccupazioni quotidiane. Un materiale di scarto che va drenato proprio come i dotti linfatici accolgono materiali di scarto dai vasi sanguigni con lo scopo di ripulire tessuti e sangue.

Altra questione riguarda il motivo della risata: riso da barzelletta, riso da figuraccia, riso da scherno o riso da infelicità?

Il dolore dell’anima si traduce spesso in richiesta di alleviare tale afflizione, cortisolo e adrenalina tornano in circolo, antiche compagne di banco tra le mura di una prima elementare. I banchi ruvidi, la lavagna bagnata di un’opacità accumulata in ore di cancellino spalmato sul corvino reso impolverato da tinture color gessetto. È nei cambi di aula, tra la seconda elementare e la terza media che l’inadeguatezza trova spazio in fondo alle tasche di un grembiule blu notte. “No le scarpe con i strappi non le metto più, perché non mi piacciono”, “Maglioni larghi perché vanno di moda”, “Voglio lo zaino dell’Invicta perché lo hanno tutti”, solo affermazioni volte a mascherare dagli occhi genitoriali il desiderio di evitare in alcun modo la derisione dei coetanei.

È in questo frangente che si sviluppa il concetto di riso da scherno. Risate sguaiate, esagerate e fuori luogo nei confronti di corpi bambini ancora rotondeggianti che attendono la pubertà alla fermata di un autobus in ritardo di 7 minuti. La cattiveria si fa strada legittimata dal “ma sono solo bambini” e alimentata da giudizi maligni e parole graffianti offerte come prima portata sulla tavola domestica.

L’ISTAT ha condotto un’indagine ricavando dati del 68,5% di ragazzi bullizzati almeno una volta tra gli 11 e 19 anni, considerando tuttavia che alcuni di essi registrano una frequenza giornaliera di vessazioni. Il riso di alcuni comporta disagio, esclusione e solitudine di altri rendendo il bullizzato un reietto, residente del ghetto e abitante della terra di nessuno in classe. Il riso perciò non è solo espressione di felicità quando diviene teorizzazione e pratica della cattiveria.

La “Teoria del sollievo” nata con Sigmund Freud concepisce il riso come mezzo di rilascio per tensione psichica, potenziale alleviatore di patologie depressive maggiori e croniche. Il “depresso”, così come è definito colui che inala melanconia, potrebbe utilizzare la risata come mediatore: il corpo irrigidito e annullato all’apatia e alla permanenza del dolore emotivo troverebbe sollievo nel ridere come distaccamento momentaneo dalla sensazione di vacuità interiorizzata. Numerose volte sono uscita di casa la sera, abbandonando il fedele compagno letto, più per costrizione personale alla vita che per piacere della compagnia dedicandomi a rapporti amicali precedentemente piacevoli e interessanti all’udito ora noiosi e disturbanti.

Ho notato allora una netta riduzione nella capacità cerebrale di convivialità seguita da colpevolezza per il mancato gradimento della compagnia. Il passaggio da un discorso all’altro creava distaccamento in atmosfere vuote dell’io, depressione non è solo pensiero negativo bensì il più temibile concetto di idea, ossia la “non-idea”. La serratura allora gira stancamente provocando rumori nel silenzio notturno, la porta lentamente genera un angolo di ampiezza maggiore sino ad arrivare a 90 gradi, in piedi nel buio di una casa dormiente sei in grado di osservare il tuo vuoto. La stanchezza di un nuotatore dopo 80 vasche, di un maratoneta alla fine della Parigi 2024, di un vogatore dopo una regata. Hai riso, riso per ore, riso per compiacere, riso per non apparire diverso, riso per la parvenza di normalità ma mai hai riso per te.

Qui nasce la possibilità di un riso non sincero, menzognero e rattristante per chi tenta di cambiare la propria micro-espressione facciale. È un tentativo, una prova ma l’occhio altrui nota la smorfia, sa che non è reale e appare invece immagine enigmatica quasi inquietante.

Il piacere del riso può tuttavia tornare, con il passare di crisi emotive e aiuti da professionisti, esso torna senza avvisare ed è proprio durante la sua esecuzione che ti fermerai di colpo, nel mezzo di un ritmo in levare, comprendendo di essere tornato a respirare come un abituale essere aerobio.

Anche il pazzo ride, Joker mascherava inizialmente la sua tristezza con i colori sgargianti del pagliaccio. L’afflizione, per una vita non corrispondente alle aspettative, è poi mutata in riso sguaiato e di illegalità come rivincita. Da qui la pericolosità del riso stesso, tracce di rasoi nei volti delle vittime diventano fonte di idee criminali tra le vie grigiastre di Gotham City.

Ricordo la risata inopportuna in una chiesa colma di abiti neri e volti tetri, il distaccamento emotivo in una processione a seguito del carro funebre imbevuto, come cotone nel Betadine, dal senso di colpa a causa dello stato d’animo leggero che si prova nel fare una tranquilla passeggiata nel bosco. Risulta interessante e buffo come la mente talvolta sia distaccata dall’evento vissuto, alienata in immagini incongruenti con il funesto presente e inadatta al vissuto.

Ne “Il nome della rosa” Umberto Eco riporta alla luce l’opera perduta nei secoli, forse volontariamente poiché non condivisa dal Cattolicesimo, ossia il secondo libro della Poetica di Aristotele nel quale il riso viene definito come caratteristica unica dell’uomo ed esaltazione del ridicolo nell’evidenziare i difetti dell’esistenza umana senza abbandonarsi al carattere mesto della tragedia. Da qui nacque il dibattito sulla rischiosità del riso come potente mezzo per sminuire e smascherare dogmi e certezze religiose abbandonandosi alla leggerezza di un gommone adagiato sul mar Tirreno.

La commedia nacque nel VI secolo a.C, di matrice greca e legata al culto di Dioniso. Sorta con l’intento di deridere le stranezze e semplicità proprie della natura umana. A Roma la satira si evolve invece attorno al III secolo a.C, prima come raccolta multidisciplinare di argomenti diversi e assenza di schemi, successivamente divenuta critica al cambiamento dei costumi e della società romana ormai dedita maggiormente ai piaceri e in minor parte alla Familia. La commedia si afferma perciò in attimi di mutamento, in Grecia durante l’epoca dei tiranni e nel passaggio alle πόλεις, a Roma si delinea nell’età imperiale quando i costumi e le leggi societarie permanenti sono divenute obsolete e trascurabili, sostituite dagli eccessi e l’esasperazione del lusso. La comicità sembra perciò essere un tentativo di appiattimento delle incertezze e della precarietà, una modalità di distacco dalla preoccupazione per il presente.

Esempio odierno si nota osservando il periodo di recente pandemia nel quale si è registrato un boom di programmi volti alla battuta e basati sulla derisione superficiale, basti pensare a: LOL, Only FUN, Zelig (tornato in onda nel 2021) e altri ancora. Perciò la comicità diviene desiderio di spostare l’attenzione selettiva e impaurita da eventi ingestibili dall’uomo, volontà di evitare lo stato d’animo di inutilità e piccolezza umana.

Il riso racchiude numerosi significati, tra le 18 tipologie di sorriso generate dai muscoli facciali misti a spontaneità si distinguono intenti contrapposti ed emozioni in opposizione.

Spesso: “Che ridi?” e si fa strada tra le strisce candide e tratteggiate di una tangenziale un “Non lo so” poiché quei denti esposti a mezzaluna sono traghetto volto ad esprimere altro. Osservare l’interiorità e la contrapposizione evidente tra labbra schiuse e occhi di lacrimante vuoto è ciò che permette di comprendere cosa si nasconde dietro una maschera pirandelliana sul palco di uno show di Stand Up Comedy.

Ridere non è sorridere, non è in paragone diretto con la felicità. Il primo è traccia di esistenza mortale, durata precaria e natura incerta mentre la seconda è condizione bilanciata, stato emotivo meno segnato dalla fine umana e caratterizzato dal senso di benessere e serenità.

Non è necessario ridere per essere felici, non è necessario piangere per essere tristi. Nella Grecia dell’età classica la qualità principe non era l’ilarità bensì la moderazione. Si parla di σωφροσύνη ossia la capacità di essere bilanciati in ogni situazione. Gli dèi punivano Achille poiché, nonostante la sua eroicità, peccava di ὕβρις ossia tracotanza, eccesso nell’agire e superbia smodata.

Ridere non equivale ad essere in salute, allo stare bene, all’essere felicemente soddisfatti della propria esistenza.

Ridere non è necessario.

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