Nel gioco del tiro alla fune cinque lottatori, dotati di spalle marmoree e braccia colonnati corinzi a sostegno del capitello, si dispongono sulla destra tracciando una fila ordinata di uomini ostinati nella vittoria. Dissipano le iniziali energie di ATP mediante lo scorrimento actinico su miosina per poi percepire la stanchezza penetrare dai muscoli fino a giungere come richiesta da esaudire nella mente.
Non sono disposti a cedere, proprio come una coppia di fidanzati logorati da mesi di litigi. Essi urlano l’uno contro l’altro con voce aperta nonostante sia un metro la distanza intercorsa tra i due: l’uno adotta un tono tenore, tanto profondo da far scuotere le piastrelle anni ’80 dell’abitazione fatiscente, l’altra un soprano al primo atto della sua lirica rompe i vecchi cristalli riposti nelle credenze, regalo matrimoniale reso obsoleto con l’intercorrere degli anni. D’un tratto il rumore si spegne, la voce diventa flebile sino ad annullarsi, guardandosi nelle corrispettive iridi comprendono la medesima decisione. Sfiorano per l’ultima volta la loro pelle seccata dal dolore sotto una stretta fallace dei palmi inondati di rammarico misto a delusione, infine chiudono sotto mandate cigolanti la porta blindata di una casa resa anziana da mesi di litigi divenuti eco ricorrente tra le pareti di cartongesso.
Ora nel tiro alla fune il gruppo perdente allo stesso istante lascia la corda, non c’è un capo decisionale che impone l’azione tuttavia la stanchezza combina i pensieri in maniera unanime. La treccia attraversa quindi ruvidamente i palmi di dieci mani solcandoli di strisce rettilinee e purpuree. Cedere è perdita, vergogna, rabbia, rimorso e dispiacere per coloro che cadono simultaneamente a terra tuttavia lasciare andare è sempre sconfitta?

Il primo tarlo del lasciare è l’accettazione della perdita e della rinuncia. Si concretizza l’idea mantenuta sospesa della natura effimera degli eventi, la durata confinata degli attimi delimitati da spessi lati di un poligono.
Conseguenza diretta del lasciare è abbandonare le abitudini acquisite nel corso degli anni: ora la tavola non necessita di quattro tovaglioli bensì di tre, ora in auto non ascoltiamo “Meraviglioso” ma qualche assillante hit parade di RTL 102.5, ora nell’ordinare le pizze ce n’è sempre una mancante, ora posso godermi la comodità della poltrona tuttavia non sento il calore delle tue possenti braccia quando siamo in due sulla medesima seduta in cucina.
Perciò sciogliersi dalle usanze acquisite è abbracciare nuove modalità del vivere e talvolta abbandonarsi alla casualità. Comprendere che non ogni nuvola gravità attorno alla Terra come indicato da 3b Meteo e non sempre lo 0% di percentuale di piogge stimato da Giuliacci si traduce in cielo aperto e sole battente su superfici riflettenti. Non ogni evento è un pendolo che ripete il suo moto, purtroppo il gratta e vinci che nasconde 1 milione di euro accade una volta in tutta l’esistenza, d’altra parte fortunatamente i lutti non eguagliano la frequenza di alternanza giorno-notte. Non esiste lira che suoni la stessa melodia tracciata dalle abili dita piangenti di Orfeo tanto da commuovere la regina degli Inferi Persefone e il dio Ade. Da sempre abituati all’interpretazione ellenica del mito greco come monito a frenare l’eccessiva curiosità in quanto causa della vanificazione del patto di ritorno della defunta Euridice al mondo dei vivi, abbiamo tuttavia trascurato il significato insito del racconto favolistico:
nessun defunto torna a respirare.

Frase del tutto banale che merita un “e grazie al cazzo”, la difficoltà però di lasciare andare il ricordo evitando di aggrapparsi alla rabbia e alla speranza di un futuro incontro è comune ad ogni umano. Nessuna lacrima idrata il terreno tanto da renderlo un ettaro dipinto dai girasoli di Van Gogh, alcuna rabbia nei confronti delle leggi incomprensibili riporterà in retromarcia ciò che si è interiorizzato come rapimento del destino.
Dal senso di ira che attraversa come guaina mielinica ogni cellula neurale corporea ne nasce la credenza di aver subito un torto. Ciò che hai percepito come tuo di diritto, parte integrante della famiglia e del tuo stesso essere in quanto raccolto nella sfera intima dei tuoi legami viene sottratto come se una delle lune di Saturno venissero sottratte dalle sue orbite.
Rabbia contro chi? Vendetta nei confronti di cosa? Achille uccise Ettore trascinandolo attorno alle mura di Troia per vendicare l’uccisione di Patroclo, Clitemnestra vendicò la morte di sua figlia Ifigenia uccidendo il marito Agamennone, ma tu con chi te la prenderai?
A dispetto di ogni pensiero comune durante i lutti non si diventa atei, almeno nei primi istanti di dolore, essere fedeli infatti diviene sfogo di rabbia. C’è chi versa lacrime inutili su altari impassibili e chi invece non entra in chiesa o se lo fa getta uno sguardo di sfida al Crocifisso, non professa una singola parola e accresce la sua sete vendicativa destinata tuttavia a rimanere irrisolta.
Solo con la digestione della perdita, successivamente al passaggio iniziale del bolo per l’organo sminuzzatore dello stomaco essa si inizia ad assorbire nel duodeno, primo tratto tenue dell’intestino, come avviene per ferro, calcio e zuccheri semplici. La consapevolezza della natura momentanea che veste e investe la vitalità si interiorizza nel tempo. Da questa nuova prospettiva fotografica germoglia la consapevolezza dell’impossibilità persino di inserire nella dichiarazione dei redditi “questo è mio”. La concezione più esistenziale Marxiana dell’assenza di proprietà, il possedimento nell’accezione non concreta ed edilizia del sostantivo bensì nella relazione e rapporto umano, che non ha nulla da condividere con l’analisi economica eseguita dal pensatore comunista.

Amicizia e amore (che tra l’altro fa rima con “cuore” in ogni poesia degna di parafrasi) hanno talvolta la durata di un sospiro notturno, di un dolore intercostale a livello cardiaco, una punta di grafite della matita, il fiorire di una rosa ad agosto, una battuta musicale. La stessa vita ha durata limitata e, consci del concetto, ci apprestiamo a sviluppare frenesia e avventatezza che conducono a scelte irresponsabili.
Nascono da ciò due scuole di pensiero: la prima segue la linea sopra citata affermando: ”la vita è una sola” perciò i sostenitori di essa si affannano a fare: corsi da sommelier, lezioni all’ippodromo, vacanze dissipate in ogni Paese che possa dare intossicazioni alimentari o Escherichia Coli degno di essere chiamato tale e riducendo le ore di sonno considerandole perdita di tempo. L’altra fazione invece, terrorizzata dalla natura mortale, evita il divertimento se in minima parte considerato pericoloso. Bere? No assolutamente perché poi cirrosi epatica. Fumare? No perché cancro ai polmoni. Discoteca? No perché con tutta quella gente i batteri sono ovunque. Nel primo caso la stanchezza diventa irascibilità e talvolta malattia in quanto il corpo esige riposo, nella seconda specie invece privazione e noia per un’esistenza dissipata nell’esprimere un perenne “no” che si conclude con decisioni irrazionali.
I tragediografi greci evidenziavano frequentemente la divergenza incolmabile tra atarassia (ἀταραξία) ossia impassibilità tipica del monte Olimpo confrontata invece alla marea emotiva umana composita di: paura in proiezione futura, timore del volere divino o delle leggi naturali, coraggio consapevole e istinto malsano. Da qui il seguente quesito: un’esistenza infinita, priva di bordi temporali e priva del vallo di Adriano della morte, conduce alla felicità o all’apatia?
Ogni evento verrebbe forse dimenticato dalla serie infinita di accadimenti, certamente sarebbe più semplice fare un tuffo dagli scogli siciliani per atterrare nel profondo cobalto marino senza il terrore di un trauma cranico adagiato su una roccia aguzza, tuttavia ogni scelta, salto nel vuoto, esperienza o parola diventerebbe procrastinabile in quanto lo stesso orario è ora insignificante, i calendari appesi a chiodi resterebbero non letti e ogni stagione scorrerebbe solo in funzione di piumini o trapunte.
È la stessa natura geometrica della vita, segmento finito e ostacolato dai due elementi puntiformi nascita-morte, a maturare speranza e cura nella lunghezza del tratto millimetrato disegnato. Nel flusso degli anni e nella corrente del fiume è il πάντα ῥεῖ stesso a terrorizzare l’uomo, la possibilità tangibile che una ciabatta venga trascinata dai flutti del mare allontanandosi per l’eternità dalla gemella: una adagiata a riva su sabbie soffici e l’altra spinta a largo da onde impetuose.

L’abbandono spesso genera come conseguenza diretta la necessità di stringere nodi marinari attorno a chi resta, tentativo futile per evitare nuovi lutti e ciò si traduce spesso in silenzi piuttosto che discussioni aperte a proposito di ciò che ha ferito l’animo, causando emorragie interne da squarci di sangue pallido. Passività o accettazione, senza obiezione, dell’ira altrui o ancora senso di colpa allorché seguiamo i desideri del proprio io nelle decisioni quotidiane. Nonostante ciò esistono: documenti che attestano evasi da Alcatraz, canarini fuggiti dalle gabbie durante la pulizia della stessa da parte del padrone e radici di imponenti pini sempreverdi che riescono con forza ad emergere in superficie nonostante la cementificazione operata dai lavoratori nel corso degli anni. Il cane, sin da cucciolo legato tramite collane metalliche ad una catena attorcigliata a sua volta a un grande diametro di corteccia appartenente a una quercia secolare, cessa nei mesi di oscillare la coda pelosa come fanno le bandiere europee degli hotel a seguito della brezza estiva. Diventa selvaggio, scontroso, abbaia ai bambini e morde al proprietario. L’affetto innato del mammifero è cenere a partire dalla combustione domestica invernale nel focolare, poiché amore non crea equazione matematica con costrizione.
Travisando perciò l’oraziano “Carpe diem” è necessario lasciare fluire il susseguirsi repentino delle circostanze godendo dell’ora, consci della momentaneità, mantenendo la sincerità espressiva per cancellare con gomma bianca il rancore nato da parole mai pronunciate nel tentativo di trattenere.
Nessuna suola di scarpa Adidas è rimasta adesa col progredire delle passeggiate, allo stesso modo esistono individui momentanei nel corso degli anni, rapporti logorati dalla reciproca crescita che rende incompatibili le due menti e persone che, in quanto umane, terminano il loro tempo lasciando aloni di tristezza volteggianti negli occhi di chi resta.
Lasciare andare ciò che non si ha il potere di trattenere è coraggio di vivere la provvisorietà. Essa esiste e permane indipendentemente dalla nostra consapevolezza, perciò la sua mancata accettazione è ira verso ciò che non possiamo trasformare: una pianta non potrà mai essere gatto, un mare non può avere acqua dolce di fiume, un defunto non può tornare a respirare tra le nostre braccia malinconiche.
And when the night is cloudy,
There is still a light that shines on me,
Shine on until tomorrow, let it be.


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