Per solitudine spesso si fa riferimento alla condizione di essere soli, isolati, riempiti dall’aria che circonda una stanza ricoperta da quattro blocchi in cemento vestiti da smalto bianco latte.
Solitudine è invece la percezione di essere esclusivamente con se stessi e ciò differisce di gran lunga dal concetto dell’essere: verbo di certezze, parafrasi del dittatore che si arroga la facoltà dell’oggettività. “La sedia è in legno di Ciliegio”, “La borsa di Michael Kors è griffata”, “Gli orecchini sono anallergici”. Tutto ciò è dato di fatto, non discutibile, essenza statica mutevole solo mediante l’uso di dettagli di arricchimento di ordine corinzio che rendono la proposizione una colonna slanciata con capitello adornato da foglie di acanto senza però modificarne il nucleo primitivo. ” La sedia in marrone chiareggiante è di Ciliegio proveniente dalle Alpi dell’Italia settentrionale”.
La percezione è soggettività incontaminata, è interiorità non concretezza e ciò è la chiave di serratura nella comprensione dello stato umorale da parte di chi è fuori dal nostro scheletro carnale e non ha accesso alla profondità delle viscere emotive. È entità incomprensibile e ineffabile, cameretta confusionaria di un’adolescente dopo la scelta dell’outfit in vista di una serata in discoteca. Quante volte:” vabbè lasciamo stare ci penso dopo a spiegare le mie emozioni” come quando io e la mia amica Valeria andavamo a ballare e “il letto per dormire da te lo facciamo quando torniamo che ora è tardi” e poi alle quattro della mattina con la palpebra in blefarite, inzuppata dal torrente Morfeo, maledicevamo la procrastinazione traghettatrice infernale che ci conduce ogni volta a tirare le lenzuola con i primi chiarori del mattino senza vedere quale fosse larghezza e lunghezza della coperta.
L’assenza di comprensione è proprio ciò che rende invisibili i disturbi dell’umore perché “come cazzo lo spiego che sono al letto con il viso incavato nel cuscino composto da colla di film lacrimale a causa di non so quale pensiero, o meglio, miscuglio di troppe variabili che tentano di tracciare lungo gli assi cartesiani il mio grafico bidimensionale formato da funzioni allineate in una parentesi graffa che segna solchi da cima a fondo pagina?”

Come spiegare la solitudine quando sei in un tavolo di sei persone al ristorante? Come narrare il “mi sento sola”, senza sensi di colpa, quando a casa siete in più persone a riempire sedie di fondoschiena e armadi di vestiti? Come lamentare l’assenza di amici una notte temperata di giugno e in seguito sentirsi inadeguati e cosparsi di disagio, come i body builder si oliano prima delle gare per apparire più abbronzati, quando esci con compagni di vecchie agende ormai inutilizzabili?
Vorrei nuovo ossigeno poiché l’anidride carbonica di vecchie amicizie ha rallentato i miei riflessi patellari del ginocchio, vorrei aprire le finestre del mio liceo, mentre polvere e cemento scrostato cadono a pezzi da un’architettura fatiscente, e in quanto prof di una classe di: Pensiero Intrusivo, Autocommiserazione, Tristezza Arretrata, Momento Lamento e altri alunni di cui puntualmente gli insegnanti dimenticano i nomi e li definiremo perciò nel loro insieme: Umori Dimenticatoio. In qualità perciò di una tipica professoressa di mezza età direi in preda a noia e discorsi disinteressati: “c’è aria viziata, cambiamola”. Forse gradirei persone a cui non devo fare il resoconto dettagliato della mia salute mentale ad ogni incontro poiché essi non conoscerebbero il “Pre”, vorrei ridere e compiere azioni incoscienti che ho bypassato nel mio momento di non essere parmenideo come quando skippo la canzone di Ultimo da Spotify perché okay che non lo pago però manco a fa così.

Seduta al ristorante in una terrazza immersa nella veduta tuderte di San Fortunato osservo orde di ragazzi: maranzini, ragazze acchittate con la puntualità di un orologiaio intento nella regolazione delle lancette, universitari che muovono le mani in segno di savoir-faire tipico della pseudo-saggezza conferita dalla carriera accademica. Tutti compatti in gruppi, tolgono la zip che unisce e sugella le labbra e: sorridono, forse dicono cavolate e architettano flirt tra membri del clan.
Detesto le gallinelle e gli uomini irrorati nella mente da discorsi calcistici tuttavia vorrei provare la leggerezza di Icaro al momento del decollo, dopo aver fabbricato le sue ali, sentire sulla pelle brividi invernali del rischio prima dello sciogliersi della cera da lui ingegnata e dell’avanzamento verso il fuoco di irradiazione solare.
Andare avanti forse è accettare che i versi saltati di poesie non sempre si possono revisionare, se lasci il portafoglio al bancone del bar infatti non c’è sempre il barista gentile che lo tiene da parte, talvolta il cliente malizioso lo accaparra e quindi via con l’iter di denunce e procedimenti per: nuova patente, codice fiscale e documenti vari.
Sono impaziente di raggiungere la prossima fermata poiché ho il cambio tra pochi minuti con un Freccia Rossa di progetti e col cavolo che ricompro il biglietto caro quanto il caffè Lavazza qualità oro. Anelo endorfina di nuove conoscenze che divampi allo stesso modo della legna quando sopra di essa butti l’olio (non si fa, stavo per bruciare il camino). Allora uscirò e osserverò un panorama rinnovato: la solita monotona Umbria ma privata di nubi melanconiche capaci di ridurre intensità e nitidezza a colori vivaci e abbaianti come i fari di quello stronzo con la Ford nella corsia opposta alla mia alle 22 di sera.
Mi domando spesso:” Come trovare nuovi amici?” e ho tentato corsi di pilates, cercato con la torcia dell’ iPhone nuove attività di convivialità, ho dissepolto rapporti terminati o tentato di gustare il fritz della Coca Cola allorché qualche ragazzo mi scriveva su Instagram ma la paura e il disinteresse l’ha resa acqua Rocchetta. Probabilmente non è il mio momento di public relations, forse arriverà o forse no ma cerco di limitare la disfatta di Caporetto del mio umore (forse misto ad autocommiserazione) alla mezz’ora prima di dormire di tanto in tanto, poi suona la sveglia e cerco di riorganizzare la giornata, fare piani che occupino la mia mente inquieta poiché forse la solitudine non va curata mediante anelli di persone o immersioni subacquee notturne in ammassi di discotecari. Allora tento di lenirla nella compagnia di me stessa, coltivo rapporti familiari e l’unica mia amicizia permanente, tentando il fritz in progetti di una mia casina riempita da piante ornamentali, accecata dalla luce solare, cosparsa di giochi lasciati a terra con un disordine che posso tollerare poiché imputabile ad un cagnolino in grado di trasferire per diffusione l’energia vitale di cui sono carente e capace di dare sollievo a quella costante sensazione nostalgica propria del mio animo come la mattina hai terminato il caffè per riempire la brocca di boost in vista degli impegni giornalieri e rimani in fase REM ma poi ritrovi in uno scrigno sepolto tra biscotti e marmellate la polvere magica e metti su la caffettiera accendendo da esperto piromane la fiamma del gas al massimo.


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