“Il limite tra il veleno e la medicina è sottile, i greci chiamavano entrambi pharmacon”.
(tratto da Il nome della rosa, di Umberto Eco)
Paradiso e inferno sono da sempre considerati opposti, luoghi lontani e abitati da individui di temperamento e natura totalmente differente. Il primo situato in un’altura dove il sole si specchia nel fiume Lete il quale mediante le sue gocce lava i peccati di coloro che furono in vita, l’aria fina e ricca di ossigeno alimenta menti di intelletti arguti e cori angelici intonano mielose sinfonie. L’inferno è fuoco, peccato e urla di dannati, castigo e penitenza, colpa e pena.
Se questi due luoghi fossero invece due angolazioni diverse dello stesso paesaggio? Osservando un cubo dal basso esso apparirà un solo quadrato, osservandolo di lato diviene uno spigolo e solo a distanza si percepisce la sua tridimensionalità. Se fossero piuttosto un ossimoro che assume armonia quando recitato in un verso poetico da aedi greci? In fondo gli abitanti del mondo ultraterreno non solo altro che anime spogliate dell’essenza carnale, individui che hanno raggiunto la fine perseguendo uno scopo di natura angelica o dannata. Allora qual è la differenza tra amatriciana e gricia? La sola aggiunta di una passata di pomodoro che dipinge pasta di colori rossastri ma essi sono pur sempre primi piatti gustosi.

Qual è la differenza tra farmaco e veleno? Entrambe sono dotate di principio attivo, molecole e carbonio incastonato in legami chimici. Per tale motivo i Greci li costringono in un unico termine: il φάρμακον (pharmakon). La divergenza è sottile, non è opposizione ma diversa prospettiva: scegliere la medicina per curare il corpo o il veleno con la promessa di alleviare il dolore dell’animo?
“La scienza usata per occultare anziché per illuminare”
(Il nome della rosa, Umberto Eco)
Ho fissato con sguardo assente, non osservato, dalla mia finestra rettangolare in legno gocce di pioggia addormentate tra vetri, occhio con palpebra aperta ma non in grado di garantire nitidezza, pensieri lenti e disconnessi dall’apatia e idee randomiche che non lasciavano la mia scatola cranica, come intrappolate tra ossa troppo aderenti a causa di suture craniche impastate di cemento armato.
Lo studio della medicina è stato affascinante e pericoloso un po’ come la Femme Fatale dantesca, donna Petrosa che elargisce crudeltà e seduzione. La forte vocazione di salvare vite altrui, con la stessa intensità di un novizio desideroso di entrare nel mondo ecclesiastico, è stata in quei capitoli eccessivamente lunghi di libri filosofici dove si sbuffa poiché non arriva la pagina bianca e allora si contano i fogli mancanti senza comprendere veramente le righe in sequenza, sì questo forte ardore è stato osservato sotto un’angolazione diversa divenendo ora inferno e autoflagellazione. Conoscere la posizione di arterie vitali divenne una geografia di fiumi troppo dettagliata anche per un professore esperto in anatomia.
Allora la conoscenza veniva sfruttata per piani illeciti, ero nel limbo: l’accesso in avanti non era consentito e tornare indietro significava ripercorrere irte salite ormai troppo faticose e sudate per un corpo lacerato di dolore.
Ho scoperto poi che: affidarmi a un giardiniere sapiente nell’uso del profumo della rosa senza però stringere con la mano le tortuose spine, osservare un istruttore di nuoto che non esonerava i bambini dall’indossare i braccioli anche se essi si ribellavano urlanti, leggere psichiatri autori di ricette di psicofarmaci illegibili in dosaggi che consentissero la sanità della propria mens, ascoltare scrittori di parole coraggiose volte alla reattività rispetto alla non-vita, tutto ciò non era fragilità bensì desiderio di luce dopo i consueti 6 mesi di buio polari.
Queste persone sono perciò i SAPIENTI: in grado di amministrare le proprie competenze verso fini saggi e non distruttivi. Il saggio non è allora chi sa tante cose ma chi conosce come servirsi delle proprie conoscenze.
In quel piccolo scorcio temporale tra paura e arrendevolezza l’unica soluzione è fermarsi. Arrendersi non è mai stato nella mia indole forse perché, come dicono i fuffaguru e gli infognati di oroscopi settimanali, io sono Capricorno e la mia testardaggine supera quella di un Toro, o forse perché volevo dimostrare a me stessa di potercela fare da sola senza chiedere aiuto, cosa che nel mio immaginario equivaleva a elemosinare col cappellino e la scritta su un cartone unto della pizza “sono una mamma di 3 figli e non ho lavoro”. Ho sempre studiato in solitudine per comprendere da sola le nozioni senza l’aiuto altrui, sin da piccola facevo il cambio di stagione senza arrivare agli scaffali più prossimi al soffitto ma mai ho chiesto un avambraccio a chi aveva più centimetri dell’allora mio metro e 40. Ho letto, rifiutando la compagnia di mia mamma, tabelline e testi delle elementari e tutto questo perché “io posso farcela da sola”.
Beh è un’emerita cazzata e l’ho scoperto nell’atmosferica bucolica lucchese, non puoi curare la depressione con “oggi devo alzarmi dal letto eh, basta ora”, non serve nascondere i coltelli per non ferirti anche perché poi non sai come affettare il pane, non puoi dimenticare un amore cancellando la chat e non puoi curare un disturbo alimentare solo con le ricette di Benedetta Rossi se poi ti fa schifo anche fare il soffritto con la cipolla.
Ho così compreso come l’aiuto dei professionisti nell’ambito della salute e la presenza di chi sceglie di rimanere al tuo fianco permettano la comprensione dell’idea del φάρμακον (pharmakon).

Ogni cosa può essere potenzialmente nociva, come affermavano i Greci: l’oleandro è velenoso tuttavia se curato adorna prati e casolari immersi in fiori rosa e infestati da rami di edera. La percezione del gusto amaro tramite le papille gustative ci mette in guardia dai veleni ma con esso possiamo anche assaporare un buon caffè Illy al bar. Lo shopping talvolta è rigenerante, offre occasione di svago tra gli impegni quotidiani ma chi eccede svuota il bancomat e riceve chiamate da Unicredit per la sua compulsività. Il vino bianco accompagna il pesce esaltandone il sapore e il rosso, magari un buon Sagrantino, dà robustezza e decisione alla carne di manzo ma eccedendo ci si ubriaca quotidianamente.
Ogni essenza e sostanza può essere osservata da un’angolazione vitale o una mortale. Il libero arbitrio consente di scegliere ma quando non siamo padroni della nostra persona come possiamo decidere lucidamente cosa è meglio per colui o colei che fummo? Per quel corpo divenuto mascotte fuori dai take-away che, svuotato di anima e di pensiero oscilla seguendo le folate di vento autunnali, com’è possibile individuare se essere mosso dall’inerzia della natura o scegliere invece le proprie oscillazioni come fa un grafico di seno e coseno?

L’aiuto esterno e la fiducia in quel soccorso, forse per disperazione o forse per la volontà di affidarsi quando l’unica via che si presenta davanti al naso è la morte, solo quel supporto conversa con noi a proposito del concetto di φάρμακον tramite sguardi e poche parole, talvolta di sfida.
Paradiso e Inferno derivano dalla stessa vallata ma la libertà decisionale consente di scegliere qual è l’angolazione in cui volgere la sapienza. Solo quando si è in grado di scegliere e la libertà non è smodatezza, depressione o mania allora si potrà decidere se osservare in alto rischiando l’abbagliamento dal sole ma godendo del dolce calore che i suoi raggi offrono sul tuo volto in primavera, o scegliere il pavimento, sicuro poiché non puoi cadere dal basso e in tal modo sai controllare lacci annodati a fiocco delle tue Air Force 1 tuttavia puoi anche bruciare attorno a carboni roventi e idee infuocate di pensieri accecati dalla sofferenza.
Solo quando il proprio io esiste allora nasce il libero arbitrio.
Quando si è in grado di visionare due opzioni e scegliere lucidamente la più adatta in quel momento allora si può amministrare il proprio sapere e il libero arbitrio.

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