Cronicizzazione della rabbia

Non apprezzavo il motto degli anziani “non ci sono più le mezze stagioni” fin quando la mia schiena aderente al sedile della macchina e madida di sudore alle 10:30 della mattina del 28 maggio mi ha fatto ricredere sulla saggezza dell’affermazione. Striscio già come una lontra bagnata dopo qualche bracciata nella fogna e appena poggio la zampa a terra, dopo aver aperto lo sportello della mia auto, “hai fatto proprio il parcheggio ideale!”. Ammetto che la mia perdizione tra i rimuginii quotidiani ha causato un ritardo nella comprensione dell’affermazione ma, dopo aver fatto il ricalcolo nel Google Maps del mio encefalo, mi sono accorta che una signora sconosciuta già si era adirata con me per come mi ero posizionata in strada.

Le situazioni quotidiane sono le più affascinanti da cui partono i miei dialoghi interiori, mostrano la realtà in topless, il volto senza trucco e: labbra, naso e zigomi senza filler. Tornare alla realtà dopo mesi di solitudine mi ha sicuramente reso più fragile, ha creato crepe nei miei vasi e scheggiature tra tegole di parquet in rovere tuttavia mi stupisco ad osservarla nella sua conformazione più buffa, nelle sue contraddizioni e nei suoi no-sense.

L’assenza di contesto rende i comportamenti superficiali, “perché i Tedeschi hanno deciso di prendersela con gli Ebrei?” è il quesito con cui tormentavo la mia prof di storia in quinto superiore ma se osserviamo la povertà post-bellica e la sostanziale invidia nei confronti dell’intelligenza e ricchezza del popolo ebreo allora il motivo risulta nitido non quanto una fotocamera Iphone 17 pro ma nemmeno quanto un Brondi. Non che questo giustifichi i lager o la soluzione finale, comunque Hitler e i suoi seguaci erano pezzi di merda parliamoci chiaro. In ogni caso questo casus belli della cinquantenne indignata stile RTL alle 8 di mattina è la sua chiave di comprensione dell’importanza informativa: avevo lasciato con le quattro frecce la mia auto davanti al negozio in cui lavoro nel corso centrale di una cittadina percorsa da turisti tedeschi in primavera/estate ed ecosistema protetto ma deserto d’inverno con lo scopo di scaricare due scatoloni più pesanti di un elefante adulto, poi me ne sarei andata.

Perché la signora non mi ha chiesto come mai fossi lì? Ma soprattutto, perché la signora non ha preparato un barattolino di confettura di affari suoi?

Sempre più spesso cammino tra le vie di una società arrabbiata, irata con qualunque cosa: una partenza ritardata a un semaforo verde, un’impossibilità di sorpasso difronte ad un trattore con velocità di 40 km/h, anziani adirati alle poste poiché ho prenotato online l’appuntamento e quindi salto la fila, una spesa troppo grande davanti alla cassa dell’Eurospin e un caffè macchiato con latte normale piuttosto che d’avena (poiché quest’ultimo fa più fit).

Tra le emozioni principali della folla troviamo la rabbia e la frustrazione ma il principio cardine della regolazione emotiva è proprio quello di alternare la gioia alla tristezza come un giorno faccio la pasta al pomodoro ma poi che palle e il giorno dopo la preparo col salmone e zucchine.

Pigio il tasto verde del telecomando e mi trovo a scrollare mille canali: prima c’è “Forum” dove attori scadenti strepitano per cause farlocche, poi su Rai 2 la solita discussione politica in cui fanno a gara a chi parla più velocemente, persino DMAX il mio porto sicuro mi delude con “Affari al buio” in cui arrivano alle mani per un box di cianfrusaglie troppo caro. O mi guardo un documentario sui trichechi o pigio il tasto di color carminio adiacente al verde. Così spengo la tv e mi godo la mia pasta al salmone e zucchine in santa pace.

Forse siamo agricoltori alla ricerca di oliva non rovinata dalle mosche, si sviluppa in noi la coltura del litigio e della violenza. No non ho sbagliato a scrivere, non è una cultura ma una coltura. Siamo zingari alle giostre quando, dopo numerosi giri di bambini al calcio in culo, si chiudono i cancelli ed essi cercano con la torcia le monetine a terra. Cogliamo tutti i possibili pretesti di sgomento perché forse è più veloce e confortevole arrabbiarsi con l’altro, nessuno ha mai scelto una vecchia sedia arrugginita che sporca il nuovo Jeans di Diesel quando accanto c’è poltrone sofà e il tipo della pubblicità che ti illustra gli sconti del 120%. È più complesso infatti scontrarsi con le proprie mancanze e sofferenze, incrociare ciò che non abbiamo fatto o quello che non abbiamo avuto il coraggio di spiegare come fa invece un cameriere al ristorante quando tu guardi il piatto degli altri tavoli per capire se fa schifo oppure è commestibile.

C’è chi la rabbia la esprime, chi fa il surfista dell’onda emotiva digrignando i denti e assottigliando la distanza palpebrale mentre si prepara all’esplosione. Poi c’è chi invece reprime e diluisce le giornate con i suoi pensieri, come chi allunga il vino con l’acqua per avere l’impressione di bere meno. “E se mi fossi ribellato?”, “E se avessi espresso la mia opinione?”, “E se avessi accontentato me stesso invece di: anteporre le volontà dell’altro?”. Ma poi il rimuginio termina con la mitica sentenza di COLPEVOLE. Senso di colpa anche solo per aver disegnato uno schizzo mentale alla Pollock di ciò che avresti voluto fare poiché, se fosse stato reale, immagina la reazione e il dispiacere dell’altro.

Come prova a farmi credere invano la mia psicologa, non ci sono emozioni buone ed emozioni cattive. Il concetto di: bianco o nero, sì o no, supereroe o supercattivo, protagonista e antagonista sono solo estremismi e, come ci ha insegnato la Germania e la nostra Italia degli anni ’40 ma anche le foibe goriziane, non conducono mai a soluzioni argute. Quel grigio che ho sempre detestato, perché contrario al mio temperamento deciso, non è del tutto errato e banale. Forse color grigio topo, perla, canna di fucile o grafite non sono poi tanto brutti e manifestano la nostra natura contraddittoria. Forse permettono di vedere un alone bianco sotto la cupezza tetra dello stato d’animo o forse consentono di scorgere le motivazioni nere dietro lo sputo di rabbia sul pavimento. Forse la rabbia talvolta diventa punto di accesso, per chi sa dare una spallata alla porta, alle cause del malessere personale nascoste come si fa con i biscotti ai genitori anziani col diabete di tipo 2.

Le emozioni spiacevoli non andrebbero evitate ma accolte, tuttavia la loro cronicizzazione ci rende archivisti in uno studio polveroso quando una finestra aperta decide saggiamente di far volare via tutti i fogli, siamo turisti di un tribunale che passano da una sentenza all’altra attraversando ogni porta dell’edificio.

La tristezza spalmata come paté su una bruschetta di troppi giorni ci rende melanconici, la gioia e l’esuberanza perpetuata ci rendono maniacali e stucchevoli come una mousse di panna e miele, il disprezzo per ciascuna cosa urti distrattamente i nostri occhi ci rende esagerati e antipatici, la paura costante e il senso di timore ci disegnano come ipocondriaci o fobici.

Non è allora il semplice provare emozioni a renderci sbagliati ma lo scegliere un’unica stecca del ventaglio emotivo, è giusto allora essere coltivatori di olive ma accorgersi anche che nel proprio orto sono maturate ciliegie, carote, insalata, pomodori e fragole. Inoltre se ad ora non riusciamo a raccogliere ogni prodotto dell’animo ciò non significa che non siano state piantate altre verdure e magari alla prossima stagione toglieremo il cappello di paglia a falda larga per scrutare ciò che ci circonda perché la pasta al pomodoro è buona ma dopo tre o quattro giorni che palle! Mettiamo sul gas un altro condimento!

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