Normalizzare il successo o il fallimento?

È la domanda che mi pongo osservando la punta del mio naso, come fanno i bambini allungando la lingua per toccarlo, mentre il fumo di una Chesterfield blu sgorga dalle mie narici. Il fallimento è parte integrante del tentativo stesso, è il rischio lasciato all’estremità del lobo frontale, il peggiore scenario di un perfezionista, il Vegeta di un Goku ansioso con l’elisir di Xanax in tasca e l’ABC di uno Schopenhauer pessimista. Probabilmente “la società deve normalizzare il fallimento” è una frase più preimpostata che realista, un tentativo di nascondere che i primi a dover rendere tollerabile l’errore siamo noi stessi e quando ci si pone davanti il cretino ficcanaso con:” ma tu no facevi medicina? Ma hai smesso? Ah ora lavori, ma poi riinizi giusto?” dovremmo sorridere progettando, con l’accuratezza di un ingegnere navale americano, un bel vaffanculo e rispondere con accettazione che:” no non torneremo in aula universitaria, non è nei nostri attuali piani” e “no, non facevo cagare, ho fatto esami e preso 30 e lode ma poi sono stata ricoverata in una clinica psichiatrica”.

È sempre affascinante la reazione di paura e allontanamento suscitata dall’ultima frase che, come un’onda energetica, li fa spostare indietro di almeno mezzo metro, forse nella loro mente immaginano un soggetto instabile, violento e fino a pochi istanti prima legato in fasce bianche, aderenti come un tubino da discoteca, in una camera buia mentre urla e tenta di mordere la camicia di forza. No, i manicomi sono stati chiusi diversi decenni fa ormai e sono più pericolosa per me stessa piuttosto che per l’altro.

Fallire nell’immaginario collettivo è metafora di “non essere all’altezza” ed è proprio il senso di inadeguatezza ciò che marchia a fuoco “il fallito”.

Il vincente diventa sempre di meno un’eccezione e nella richiesta di curriculum il 110 e lode si trova in classifica prima ancora della fedina penale pulita. La mediocrità nel senso proprio del termine, come l’essere nella media, è resa obsoleta e annusata con la puzza di burro rancido propria di chi si accontenta. È proprio ciò che differisce gli anni 2000 dalle epoche passate, quando mia nonna andava a pulire i maiali e a lavorare il tabacco in estati troppo calde e povere per essere apprezzate in bikini al mare e mio nonno guidava l’autobotte per trasportare il cemento tra le curve non della costiera amalfitana ma di un paesino sconosciuto dell’Umbria degli anni ‘70.

L’accessibilità agli studi è sì un traguardo per la massa, offre infatti a ciascuno l’opportunità di scegliere il proprio destino indipendentemente dall’estrazione sociale ma contemporaneamente chi decide di lavorare al Conad, come idraulico o meccanico viene letto come una frase spicciola, proposizione poco sognatrice e punto fermo ad un incidente con coda di poche parole dietro di sé, senza subordinate temporali e avversative.

Intraprendere una nuova strada dopo il fallimento della prima via? TERRIFICANTE

La paura del fallimento diventa l’ombra che ha insegnato la suddivisione dell’orario agli Egizi quando ancora l’uccellino del cucù volava libero e non sostava su un orologio a parete, insegue dall’alba al tramonto e nella notte si serve di fari e luci cittadine per rendersi visibile. Non si accontenta di rimanere pensiero o ipotesi ma diventa ricerca. Fallimento ovunque: in un voto più basso, in un argomento non compreso alla prima lettura, in un gruppo di studenti che ripetono promuovendo il tuo slogan di “impreparato” affisso un mese prima delle elezioni regionali.

La paura di ripartire è un po’ come girare la chiave della macchina dopo essersi accorti di aver lasciato i fari accesi per più di due ore e la batteria è scarica quanto il tuo umore in una giornata con asfalti bagnati e ombrelli aperti. Sai già che non si accenderà l’automobile ma provi comunque perché una volta ti è miracolosamente ripartita.

No, il fallimento è invece il punto di partenza di chi ha coraggio, di chi non usa lo scottex in cucina, partendo dal suo letto durante le ore notturne, per asciugarsi le palpebre inumidite da lacrime calcaree perché ha paura di svegliare i genitori che dormono alle 2 di notte e decide invece di strofinarsi gli occhi con la mano. Il fallimento è il Mr Hyde di chi sa accettarlo, del claustrofobico che entra in ascensore e respira lentamente per sconfiggere la paura di essere schiacciato da pareti troppo prossime, guaine troppo sigillanti e piani troppo distanti tra loro. Ma queste “sono solo parole”, la sigaretta è finita da cinque minuti, sto fumando il filtro e fa schifo, inoltre il flusso di coscienza alla James Joyce, improntato su un titolo di accettazione ed esposto con la stessa insistenza di un venditore ambulante di calzini nei parcheggi dell’ospedale, è terminato e io sono ancora certa di essere una fallita, mental coach dei miei pensieri non abbastanza convincente da farmi cambiare idea.

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